Il mondo trattenne il fiato il 21 luglio 1969, quando Neil Armstrong scese dalla scaletta della sua navicella spaziale, pronunciando parole che sarebbero diventate leggenda: “Questo è un piccolo passo per l’uomo, un passo da gigante per l’umanità”. Questa impresa, compiuta appena 66 anni dopo il primo volo dei fratelli Wright, rappresentò una profonda accelerazione dell’ambizione umana. Ma quasi sessant’anni dopo, mentre la NASA si prepara a inviare nuovamente gli astronauti in orbita attorno alla Luna con la missione Artemis II, sorge la domanda: è possibile riconquistare la stessa magia?
Per quasi mezzo secolo, nessun essere umano ha messo piede sul suolo lunare dai tempi dell’Apollo 17 nel 1972. Ora, Artemis II mira a portare quattro astronauti attorno alla luna, un preludio ad Artemis IV, la missione prevista per un vero e proprio atterraggio, anche se non prima di diversi anni. La sfida non è solo tecnica; è culturale. Il programma Apollo è nato durante la Guerra Fredda, una risposta diretta ai progressi spaziali sovietici. Il presidente Kennedy l’ha definita non semplicemente come una razza, ma come una spinta umana intrinseca: “Scegliamo di andare sulla Luna… non perché siano facili, ma perché sono difficili”.
Oggi l’urgenza è scomparsa. Le ambizioni lunari della NASA hanno oscillato con le priorità presidenziali, con persino Donald Trump che ha inquadrato la missione in termini vaghi di “leadership americana” e futura esplorazione di Marte. Inizialmente l’agenzia ha cercato di evidenziare la natura storica dell’inclusione del primo astronauta nero, Victor Glover, e della prima astronauta donna, Christina Koch, in una missione lunare. Tuttavia, sotto la pressione dell’amministrazione Trump, la NASA ha rimosso silenziosamente questo messaggio dal suo sito web.
La realtà è schietta: questa non è la prima volta; è una ripetizione. L’Apollo 8 orbitò attorno alla Luna nel 1968. Artemis IV, in caso di successo, replicherà semplicemente ciò che sei precedenti missioni Apollo hanno già ottenuto. Per alcuni, questo sembra meno rivoluzionario rispetto, ad esempio, alla settima spedizione al Polo Nord. Le scoperte più significative potrebbero trovarsi altrove: nella ricerca della vita extraterrestre sulle lune di Giove o in una futura missione umana su Marte.
Tuttavia, ignorare del tutto la luna sarebbe miope. Nel corso della storia ha esercitato un fascino unico sull’umanità. Dall’arte neolitica ai pittori romantici come Joseph Wright di Derby, che la vedeva come un simbolo irraggiungibile di desiderio, la luna ha ispirato l’arte, la musica e la letteratura. Quasi immediatamente sorsero teorie cospirative riguardanti gli sbarchi originali, suggerendo un’innata resistenza umana a razionalizzare completamente la sua esistenza. Gli schizzi di Galileo del XVII secolo ne rivelarono la superficie ruvida, mentre la sonda sovietica Luna 3 ci mostrò per la prima volta il lato nascosto nel 1959. Ci vollero le rocce lunari portate dall’Apollo 11 per dimostrare che la Luna si era formata da una collisione tra la Terra e un pianeta delle dimensioni di Marte, Theia.
Anche i primi esploratori lunari rimasero colpiti dalla qualità aliena della Luna. Buzz Aldrin descrisse la Tranquility Base come una “magnifica desolazione”, mentre Armstrong ne notò la “cruda bellezza”. Collins, in orbita sopra, non si sentì il benvenuto, definendolo un “posto spaventoso”. Questo senso di alterità potrebbe essere proprio ciò che suscita rinnovato interesse.
Mentre Artemis II si prepara a inviare Koch, Glover, Wiseman e Hansen nel loro viaggio sulla luna, il mondo potrebbe riscoprire il suo fascino per la luna. Forse questa volta ispirerà un nuovo tipo di follia sulla Terra.































