Per milioni di persone che si sottopongono alla fecondazione in vitro (IVF), il processo è spesso descritto come un ottovolante emotivo: un ciclo di speranza seguito da una delusione devastante. Ciò è particolarmente grave per le donne sopra i 35 anni, dove il peggioramento della qualità degli ovociti riduce significativamente i tassi di successo. Tuttavia, una nuova ricerca presentata alla conferenza Fertility 2026 suggerisce una potenziale soluzione per affrontare direttamente questo problema, offrendo un passo avanti trasformativo nella tecnologia riproduttiva.
La sfida dell’invecchiamento delle uova
A differenza dello sperma, che viene continuamente reintegrato, le donne nascono con un numero finito di ovociti che invecchiano nel tempo. Ciò porta a un forte calo dei tassi di successo della fecondazione in vitro poiché la qualità degli ovuli peggiora. Recenti dati clinici del Regno Unito mostrano che le donne sotto i 35 anni hanno un tasso di nati vivi del 35% per embrione trasferito, mentre le donne di età compresa tra 43 e 44 anni vedono un drastico calo ad appena il 5%. Ciò che conta non è l’età della donna, ma l’età dell’ovulo stesso: gli ovuli donati da donne più giovani hanno tassi di successo comparabili.
Il problema di fondo è stato difficile da individuare. Le uova rimangono dormienti per decenni, rendendo difficile capire cosa si degrada nel tempo. Gli scienziati hanno ora identificato un componente chiave, una proteina chiamata Shugoshin 1, che agisce come un “collante” cruciale che tiene insieme i cromosomi dell’uovo.
Il ruolo di Shugoshin 1
Man mano che le uova invecchiano, producono meno Shugoshin 1, causando lo sfilacciamento e la separazione non uniforme dei cromosomi durante la fecondazione. Ciò si traduce in embrioni con un numero errato di cromosomi, che spesso portano a segni iniziali di gravidanza che alla fine falliscono. Questo è ciò che guida le “orribili montagne russe della fecondazione in vitro”, dove i pazienti sperimentano la speranza solo per affrontare il crepacuore.
I ricercatori dell’Istituto Max Planck per le scienze multidisciplinari di Gottinga, in Germania, hanno dimostrato che l’integrazione di ovociti invecchiati con Shugoshin 1 può ridurre questo difetto cromosomico di quasi la metà. Ciò suggerisce una potenziale finestra durante il trattamento di fecondazione in vitro, tra la raccolta degli ovociti e la fecondazione, per ringiovanire gli ovuli tramite microiniezione.
Cosa significa per il futuro della fecondazione in vitro
La ricerca è ancora nelle sue fasi iniziali e richiede test approfonditi per garantire sicurezza ed efficacia. I componenti aggiuntivi sopravvalutati sono comuni nel settore della fecondazione in vitro, quindi lo scetticismo è giustificato. Anche se Ovo Labs, la società dietro la ricerca, rifiuta di impegnarsi a rispettare una tempistica, l’impatto potenziale è significativo.
“Il nostro obiettivo è ridurre davvero il tempo necessario per un concepimento riuscito”, ha affermato la dott.ssa Agata Zielinska, co-CEO di Ovo Labs. L’obiettivo finale è rendere la fecondazione in vitro più efficiente, consentendo a più donne di concepire in un unico tentativo.
“Questa sarebbe una soluzione di prima classe per migliorare la qualità delle uova.” —Dott. Agata Zielinska
Sebbene siano necessari anni di ulteriore ricerca, questa svolta offre un percorso tangibile verso il superamento di uno degli ostacoli più frustranti legati all’infertilità femminile. In caso di successo, ciò potrebbe non solo migliorare i tassi di successo della fecondazione in vitro, ma anche alleviare il carico emotivo di innumerevoli coppie che affrontano il difficile mondo della riproduzione assistita.































